sabato 6 agosto 2011

Amazzonia peruviana

1981, Viaggio in Perù




E' stato un viaggio un po' avventuroso che ci ha fatto conoscere più da vicino il Perù, la sua gente e soprattutto la sua natura.
Dei 26 giorni del viaggio in Perù otto li abbiamo impiegati per visitare la parte amazzonica, in uno degli ultimi avamposti della "civiltà" dentro la grandiosa foresta fluviale.
Tengo a sottolineare che questa non è una zona turistica, la curiosità e l'interesse con i quali guardavamo gli abitanti erano spesso reciproci.

Quanto segue è tratto dal diario che scrivevo ogni sera, con pochi ampliamenti.

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Sono le 16.30 di giovedì 13 agosto 1981 e siamo all'aeroporto di Lima. Stiamo aspettando il volo prenotato ieri per Pucallpa, una cittadina amazzonica nel settore nord orientale del Perù.
Seduti su un piccolo gradino della hall scambiamo quattro chiacchiere con un inserviente che viene ogni tanto a trovarci e ci informa del ritardo del volo, ha un vistoso cerotto vicino ad un occhio. Trovo a terra una strana cosa grande come un piccolo uovo, dall'aspetto legnoso e coperta come di squame, l'inserviente dice che è un frutto della selva, per me, perenne assetato di boschi e foreste, è come per un navigante avvistare un gabbiano e capire che la terra è vicina.
Più tardi scoprirò che è un frutto commestibile, sotto la buccia c'è uno strato sottile di polpa acidula poi il grosso seme durissimo, non ne so il nome.

Alle 19.30 parte il volo per Pucallpa, c'è una hostess ed uno steward, ci offrono caramelle e aranciata. Bello il volo nella notte, sul DC9 ci sono viaggiatori insoliti, molti hanno bagagli voluminosi e più di uno porta a mano cinghie di motori e pezzi meccanici di ricambio.
Siamo tutti ansiosi di arrivare a Pucallpa. La signora nostra fittavola a Lima ci ha detto che andare in Amazzonia è come vivere un film da protagonisti, l'ha detto con molta convinzione. Si atterra alle 20.15, un po' bruscamente.
Appena scesi sulla pista buia ci assale un caldo pauroso, umidissimo, l'aria è spessa e stenta ad entrare nelle narici, assordante è il concerto di grilli e cicale che immaginiamo grandi come passeri. Ci incamminiamo verso il terminal.

Giunti al terminal veniamo assaliti da una folla di curiosi, volti energici e abbronzati, occhi vivissimi quasi tutti arrossati. Tutti che toccano spingono chiamano in uno spagnolo per noi difficile, chiedono se vogliamo un taxi o un albergo mentre aspettiamo con un filo d'ansia che ci portino i nostri bagagli.
Il Terminal non è altro che una baracca di legno però è abbastanza illuminato e vi sono manifesti ed orari appesi; il pavimento è di cemento tirato lustro, ci sembrerà una cosa moderna e lussuosa quando ci ripasseremo fra sette giorni.
Mentre aspettiamo contrattiamo con un ragazzo sui 18-20 anni, sveglissimo, occhi appannati dal tracoma, ci chiede una cifra un po' alta per portarci fino a Pucallpa; siamo incerti fra il piccolo pullman sgangherato che vediamo fuori e la macchina privata che però promette di portarci fino all' Hostal Oriental a cui avevamo telefonato. E' notte, non conosciamo la zona e le distanze, optiamo per la macchina del nostro "amigo" che ci dà subito del tu. E' agitato al punto da risultare inquietante ma mi è anche simpatico.
Saliamo sulla macchina, una BMW nuova e luccicante nonostante la polvere delle strade di terra. Noi quattro siamo dietro, davanti c'è un tizio che guida e una grossa signora ben vestita ed un ragazzino; il nostro "amigo" è fuori seduto sul bagagliaio aperto che trattiene con una mano l'eccesso di bagagli che trabocca.

E' buio pesto la strada è di terra battuta polverosissima e fiancheggiata da alte erbe. Il motore è silenzioso e dai finestrini si sente il clamore dei grilli e delle raganelle. Pochi minuti ed entriamo in Pucallpa, sembra un agglomerato di periferia ma poi per il rumore dei Juke-box e per la gente numerosa che agita le strade e per il fatto che sono finiti i sobbalzi (alcune strade centrali sono di cemento) ci rendiamo conto di essere in centro città. Scendiamo in mezzo alla strada, paghiamo e ritiriamo gli zaini dal bagagliaio, ci viene additata la strada per l'Hostal Oriental che è poco lontano.

L'Hostal Oriental è fantastico: manca l'acqua anche nei bagni che sono dei buchi per terra dentro a dei séparé sui quali sta scritto "Caballeros" e "Damas", vicino ai bagni ci sono alcuni grossi bidoni quasi pieni di acqua ed una latta per attingerla, i corridoi sono tutti imbrattati di terra rossa resa fango dall'acqua versata, le stanze ed i corridoi del primo piano, tutto di legno, sono illuminati da rare lampadine nude, il tetto è di lamiera, i topi girano indisturbati per i corridoi con la stessa dignità degli clienti dell’albergo.
L'aria è soffocante e sa di umido e di muffa. Le porte delle stanze non hanno chiave ma un chiavistello o un pezzo di fil di ferro da agganciare intorno ad un chiodo.

Il guardiano ci accompagna di sopra e ci prepara il letto (un tavolato di legno con un materasso di paglia durissimo) con una coperta di tipo militare e un lenzuolo grigio largo come il letto ma corto la metà, in pratica ci si appoggia solo il torso. Scarichiamo il materiale più pesante e meno prezioso e scendiamo per mangiare. Lungo la strada principale troviamo un bar ristorante e qui ceniamo gustando un piatto di minestra e un orribile "llomo saltado".
Alcune cavallette saltano nei piatti e si trascinano camminando fuori dalla minestra anche loro disgustate, sopra di noi c'è un ventilatore con due grandi e lente pale. I volti della gente sono ben diversi da quelli dei peruviani della costa e delle Ande, comunque quasi tutti hanno volti violenti con tratti marcati, la pelle è scura e abbronzata, molti hanno il tracoma una malattia degli occhi che macchia l'iride e arrossa il bianco degli occhi.

Torniamo quasi subito all'Hostal Oriental, dove una bella ragazza sui vent'anni fa la spola tra la strada e il piano superiore sempre accompagnata con molta discrezione.
Nella nostra camera oltre al tavolaccio che funge da letto ci sono una sedia ed un tavolino, tutto di legno di recupero, sembrano intagliati con l'accetta, c'è una finestra senza i vetri ma con una rete metallica finissima contro le zanzare che però entrano e pungono lo stesso. Sotto le lamiere del tetto il caldo è soffocante l'aria è densa, anche da coricati si suda ma bisogna coprirsi per proteggersi dalle zanzare. Un topo ci fa visita correndo all'impazzata per la stanza, dopo averlo scacciato chiudo il foro sotto la porta con un giornale ripiegato.
Sono profondamente contento ed eccitato sia per il posto sia per le avventure che si profilano possibili.
Questo è l'ultimo avamposto della civiltà, vi si arriva solo per una strada di terra di centinaia di chilometri aperta nella foresta come una ferita, oppure con l'aereo; tutto intorno, a parte l'Ucayalli, c'è la foresta.

Prima di andare a letto abbiamo chiesto informazioni al guardiano di notte su come fare per ottenere un passaggio su una chiatta mercantile fino a Iquitos, grossa cittadina lungo il fiume Ucayalli , molto gentilmente si è offerto di accompagnarci al porto la mattina seguente.

Venerdì 14 agosto.
Alle 8.30 partiamo accompagnati dal guardiano notturno verso il porto di Pucallpa, sul fiume Ucayalli. Essendo arrivati che era notte vediamo la città per la prima volta, restiamo stupiti dalla presenza di numerosi avvoltoi dalle movenze sinistre che abitano le strade; sono grandi come tacchini, nerastri, qui li chiamano "gallinazos". Le strade sono quasi tutte di terra e le case di legno, solo le case lungo le vie principali hanno la fognatura, le altre vie sono fiancheggiate, ma anche attraversate, da luridi rigagnoli, evidentemente la fognatura è solo per le vie principali. Dovunque guardiamo si vedono cose per noi inusuali; passa un carretto carico di pesci i più grandi dei quali superano il metro e mezzo, nel cortiletto di una casa un signore gioca con una scimmia ragno legata alla catena.
I piccoli pullman che girano sono i più sgangherati che abbiamo visto in Perù, mancano di porte e finestrini, qua e là si vede il metallo lucido della carrozzeria dove la vernice è scomparsa come consumata dal vento; passando sollevano un polverone rosso (la terra è rossa, Puc-allpa in un qualche idioma significa terra rossa), la gente vi sale al volo come anche a Lima. Impieghiamo circa mezz'ora per raggiungere il porto, il sole si fa sempre più caldo, la luce è molto forte, fastidiosa.
Facciamo un giretto nel porto, ci sono molti barconi e chiatte in fase di carico o scarico, da una chiatta tramite una passerella fatta da un unico asse una dozzina di scaricatori stanno portando a riva enormi assi di legno rossastro, lavorano senza parlare, gli scaricatori hanno i corpi più formidabili che abbia visto finora tutti insieme: quasi tutti sono giovani e abbronzati, scalzi con solo i pantaloni corti e uno straccio che si aggancia alla fronte e scende oltre metà schiena, serve per poggiare gli assi sulla nuca e le spalle. La muscolatura è poderosa massiccia e tornita, sono molto controllati nei gesti, dev'essere un lavoro pericoloso.
Il nostro amico chiede se vi sono barconi in procinto di partire. Ne trova uno che partirà di lì a due giorni per Iquitos, chiediamo al capitano il prezzo che ci pare un po' elevato e comunque ci vorrebbero 5-6 giorni di navigazione, abbandoniamo l'idea di andare ad Iquitos.

Questi fiumi amazzonici hanno variazioni di livello di 4-6 metri, il periodo piovoso è il nostro inverno quindi ora siamo con poca acqua, tuttavia l'Ucayalli qui è largo ad occhio mezzo chilometro e siamo a 4500 chilometri dall'oceano Atlantico in cui finiranno queste acque.
Le sponde sono in perenne erosione e perciò anche le strutture del porto sono minime e provvisorie. Perlustriamo tutto il porto attraversando il mercato che è incredibile: fittissimo, installato su un prato sulla riva del fiume che scorre otto metri più basso, brulica di persone e ci sono le cose più strane: su un braciere sta cuocendo una specie di zuppa in un carapace di tartaruga, stranissimi pesci verde scuro sono in vendita a terra appoggiati su uno straccio, compro alcune uova di tartaruga bollite (buone), banane di tante varietà sono appese ovunque in vendita, una banana costa a noi 10-20 lire, per passare bisogna fare lo slalom tra i banchetti, i volti energici della gente non ci tranquillizzano molto e ci sentiamo decisamente come pesci fuor d'acqua e come tali siamo guardati, non scatto neppure una foto.
Il caldo si è fatto pesantissimo, tornando verso l'albergo ci fermiamo sotto una specie di tenda da mercato a fare colazione, ci portano caffè lunghissimo ed io chiedo pane e mantequilla, dopo alcuni passaparola fra un negozio e l'altro mi portano un pacchetto di carta unta che contiene tre cucchiai di burro salato semifuso color giallo - arancio, ne gusto un po' lasciando stupefatti i miei compagni.
Riprendiamo la strada verso la città, il caldo è veramente massacrante, camminando ci sembra di barcollare, ci fermiamo ancora in una specie di spaccio, prendiamo tutti la Inca-Cola, una bibita gialla caramellosa e nauseante.

Tornati in centro prendiamo una camionetta che ci porterà a Jarina Cocha che è una frazione di Pucallpa su una laguna (cocha) a pochi chilometri. Vogliamo cercare qualcuno che ci porti qualche giorno nella selva.
Appena scesi veniamo contattati da un olandese che dice di voler anche lui fare un giro lungo i fiumi, ci invita in una capanna-bar e ci offre birra in abbondanza, ci presenta un italiano che possiede una barca; l'olandese è biondissimo con i capelli lunghi ed ha un braccialetto di denti di scimmia, passiamo un'oretta con lui a parlare ed a progettare il giro, siamo molto stanchi per il caldo spossante.
C'è qualcosa che non ci convince nelle proposte dell'olandese, intuiamo che fa lo specchietto per le allodole attirando i clienti, la cosa non ci piace e ce ne andiamo lasciando in sospeso la questione.

Giriamo ancora un po' poi salta fuori Agustin, è un meticcio di 22 anni con un fisico minuto ma atletico ed è molto sveglio.
Con lui andiamo in un bar e lì improvvisa un progetto di viaggio di cinque giorni illustrandolo con una mappa disegnata su un pezzo di carta da imballo, con i nomi dei fiumi e indicando i villaggi indio che visiteremo.
Ci sembra di poterci fidare, conveniamo dopo qualche contrattazione sul prezzo : 85000S/ + la comida, il cibo, circa 250.000lire + il cibo, per cinque giorni nella selva; è fatta!
Andiamo con lui e con Carlos (20-25 anni) che farà il motorista, a fare il bagno nella laguna sulla sponda di un isolotto. Il bagno in acque amazzoniche è da ricordare; i pesci sono numerosissimi ci pizzicano la schiena e le dita dei piedi, l'acqua è color caffelatte, pesci più grandi ci passano sotto il naso a pelo d'acqua, Agustin ci informa candidamente che vi sono molti piranha e ci mostra una ferita sul suo dito indice procurata da un loro morso alcuni giorni prima.

Tornati dal bagno mangiamo un boccone in una baracca, cibi piccantissimi per noi quasi immangiabili anche per il gusto, anche il pane, che non c'è quasi mai, sa decisamente di petrolio.
Poi, sempre guidati da Agustin, facciamo una lunga passeggiata contornando la laguna e qui vediamo varie cose interessanti: l'albero del pane, vari tipi di banani, il mango, le orchidee, il cotone ed alcune capanne degli indios, una vecchia sta cuocendo dei bei vasi di terra nera su un fuoco per terra, sono colorati con disegni tipo greca, il coccio è nero e molto fine, praticamente li cuoce rotolandoli nella brace. Torniamo poi a Pucallpa dopo esserci dati appuntamento per domani alle 7, per fare spese e poi partire.

Sabato 15 agosto.
Dalle 7 alle 8 aspettiamo Agustin davanti all'albergo dopo una notte passata a macerare nella camera divorati dalle solite zanzare. Comprendiamo così che qui il tempo non ha molto senso, non conta l'ora ma il giorno.
Finalmente troviamo Agustin a mezzogiorno a Jarinacocha poi torniamo con lui a Pucallpa a fare le provviste: patate, riso, tonno in scatola, bibite (6 coca cola, siamo frugali), un chilo di pane che sa di petrolio e caramelle per i piccoli indio che incontreremo.

Torniamo a Jarinacocha, facciamo ancora un giro in barca a remi a caricare le zanzariere affittate da un parente di Agustin o di Carlos e un sacco pieno di pompelmi enormi che raccogliamo direttamente dall'albero; poi si parte.
Un'ora dopo siamo all'uscita della laguna che comunica con il fiume Ucayalli tramite uno stretto canale di mezzo chilometro.
La nostra barca si chiama Ristel, è lunga 7-8 metri, semplice come una barca a remi, ma una specie di baldacchino di lamiera copre la parte centrale, dietro è montato il motore che appare come un ammasso rugginoso e dà il movimento all'elica che si trova al termine di una lunga asta metallica di più di 3 metri che fa anche da timone. Muovendo il timone appunto si riesce a far alzare l'elica dall'acqua, così è possibile superare secche e tronchi affioranti.

A bordo abbiamo un fucile calibro dodici monocolpo tenuto insieme dal fil di ferro, quattro o cinque cartucce a pallini che ho comprato io stesso sono le uniche munizioni. Carlos il motorista ha inoltre una piccola pistola calibro .22 foggiata come una penna stilografica; due machetes completano l'armamento.
La laguna di Jarina Cocha è molto grande, ci mettiamo forse un quarto d’ora per arrivare al fondo dove un canale coperto d’alberi ci porterà al grande fiume. A tratti vediamo uscire dall’acqua degli allegri delfini, forse sono le inie, una specie tipica dei fiumi amazzonici.

All'imboccatura del canale che ci porterà all’ Ucayalli ci sono alcune barche simili alla nostra incagliate o ferme poiché un ammasso di vegetali vaganti, credo siano giacinti d'acqua, ha ostruito il canale. Prendendo lo slancio riusciamo a superare l'ostacolo, ci sembrava impossibile che una barca di 7 metri potesse superare uno sbarramento simile, questo sistema dell’elica in cima alla lunghissima barra è efficacissimo. Più avanti vi sono altri tranelli, i più frequenti sono i tronchi a fior d'acqua, più di una volta dobbiamo scendere nell'acqua bassa ed alzare la barca, durante una di queste manovre d'improvviso un centinaio di pesci, spaventati dalla botta della barca che colpisce un tronco sommerso, volano letteralmente fuori dall'acqua fino ad un buon metro e mezzo in alto, lunghi 6-7 centimetri, bianchi e sottili come farfalle, alcuni ricadono nella barca e li buttiamo fuori.

Sulle rive dello stretto canale vediamo alcune iguana, una scimmia, numerosi e coloratissimi martin pescatore. Per me sono ore fantastiche, è un ambiente che amo, si avverano i sogni di tutta l'infanzia e non solo.
Quando ripasseremo da qui al ritorno, fra cinque giorni, vedrò un sistema di pesca come non credevo potesse esistere: su una piroga che avanza lentamente ci sono tre o quattro indio che pescano immergendo semplicemente a caso una fiocina a mano nell’acqua color caffelatte, ogni tanto un pesce rimane infilzato.!!
Alcune donne indie lavano panni sulla riva, vicino a loro canoe semi affondate scavate in un solo tronco, l'unica cosa stonata sono le poche bacinelle di plastica colorata.
Poi il canale finisce e ci troviamo nel mezzo dell'enorme Ucayalli, lo traversiamo in parte e approdiamo sulla spiaggia di un'isola dove facciamo il bagno.

Ripartiamo dopo mezz'ora e scendiamo il fiume, la corrente è a tratti abbastanza forte, comprendiamo le difficoltà che ha Carlos per evitare i banchi di sabbia, il fiume è largo centinaia di metri, ma ci sono molte isole di sola sabbia altre con alberi lunghe centinaia di metri, ad occhio bisogna scegliere il percorso giudicando dalle increspature e dal colore dell'acqua per evitare mulinelli rapide e banchi di sabbia a pelo d'acqua. Tuttavia viaggiamo veloci, le rive sono alte 3-8 metri e franose. Mentre passiamo vediamo precipitare in acqua alberi enormi e tonnellate di terra con una frequenza sbalorditiva, gli alberi caduti si arenano e si ammucchiano qua e là, migliaia di metri cubi di terra rossa si sciolgono nella corrente color caffelatte.
Altrove le rive sono spiagge lunghe, a volte seminate a granturco e allora vicino, dove il terreno risale, c'è una capanna , oltre la capanna un gruppetto di banani, oltre ancora c'è la selva.
Alcune chiatte da carico risalgono o scendono il fiume cariche di barili di petrolio o legname, vi sono anche barche più piccole simili alla nostra, in genere cariche di banane verdi da cuocere, su alcune sventola la bandiera del Perù.
Dopo un'ora circa approdiamo in corrispondenza di una grande casa di stile coloniale, è il tramonto, grandioso di spazi e colori, il sole ed il cielo rosso porpora fanno da sfondo alla lunga riva sabbiosa dove alcuni marabù si cibano dei numerosi pesciolini che si sono spiaggiati da soli.
I tramonti, puntuali alle 18 e poco più, ci stupiscono sempre per la rapidità con cui ci traghettano nella notte: nel giro di venti minuti é buio: ore 18.45 notte fonda.
Lo spettacolo del cielo a occidente è grandioso, imponente, il cielo è per una vasta zona rosso scarlatto, violento come tutte le manifestazioni naturali qui in Amazzonia, sembra di essere finiti nel crogiuolo della creazione del mondo.

Proprio intorno ai fiumi c’é il massimo di questa attività frenetica di creazione e distruzione.
Un Architetto forse pazzo, certamente iperattivo, continua a cambiare la disposizione dei corsi d’acqua : “Quell’affluente non lì, per di qua! Tagliamo quest’ansa via la foresta da lì, presto una laguna qui! “ .

Ma intanto milioni di piante ed animali cercando di essere più rapidi di lui crescono ovunque e comunque sulle sponde per chilometri precarie. Sono una deflagrazione di vita, si riproducono e crescono nei modi più rapidi possibili, sfruttano al massimo l’enorme energia della luce, del caldo, dell’acqua, colgono tutte le possibilità per crescere e moltiplicarsi prima che una zampata del bizzarro Architetto li annienti e li seppellisca in un ribollire di acqua che scorre.
Forse anche loro, piante e animali, piccoli o grandi, sanno che la Vita è ardua ed incerta, ma non ce n’è un’altra.

Scarichiamo i nostri bagagli mentre Agustin e Carlos parlano agli abitanti della casa per chiedere ospitalità per la notte.
Mentre girovaghiamo per la casa il mio amico sorprende un tizio mentre sta frugando nei nostri zaini, mi avverte e dopo ciò gli zaini non sono più lasciati soli un minuto. Agustin ed io andiamo in giro nelle capanne intorno a comprare un po' di pesce per la cena, dopo qualche rifiuto ci viene venduto a prezzo bassissimo.
Nel cortile dietro la casa scopriamo un albero completamente coperto da un'enorme ragnatela, in mezzo ad un mucchio di masserizie c'è un favo d'api selvatiche, poi troviamo due grosse iguane su un altro albero e diamo loro la caccia ma senza successo, peccato, sarebbero state un piatto prelibato. Qui la carne è preziosa, non ci sono frigoriferi.

Piazziamo le zanzariere in una grande sala, probabilmente questa casa funge da negozio poiché in questo locale vi è un bancone con provviste, scatolette e cose varie.
Gli abitanti sono solo due donne, probabilmente i mariti sono via per lavoro, a fare legna.
Una è anziana e autoritaria, l'altra più giovane madre di due bambine di 6-8 anni e di un infante molto malato, diafano e astenico, a mio parere non sopravviverà a lungo. Visto lo stato di questo bimbo prima di partire lasceremo loro un po’ di medicine, niente di pericoloso, speriamo… intanto non ci si capisce.
Pare che qui le medicine si dividano in tre tipi: quelle per la febbre, quelle per il mal di testa e quelle per il mal di pancia...
Approfittiamo del fuoco per cucinare il riso ed i pesci comprati, l'acqua la attingiamo da due grosse pentole che vengono riempite con l'acqua del fiume quando è più pulita al mattino, sul fondo c'è un dito di limo ma l'acqua è quasi limpida.
Siamo molto stanchi per il caldo e per il poco cibo ingerito negli ultimi giorni, in realtà il cibo di città è per noi quasi immangiabile. Mi preparo come dessert del pesce crudo con sale e succo di limone, agli altri però non piace.

Dopo cena giochiamo un po' con le due bambine restando meravigliati per la loro abilità manuale, da giocolieri. Verso le 10 andiamo a dormire, si dorme sotto le zanzariere che sono delle specie di tende di tela sottile tenute tese da corde legate ai tavoli e mobili vari, naturalmente si dorme sul pavimento di legno, una maglia fa da cuscino, due persone più gli zaini per ogni zanzariera, per entrarci occorre coricarsi a terra, alzare appena il lembo di tela che tocca terra appoggiandoselo sul petto e rotolarsi sotto in fretta per far entrare meno zanzare possibile, poi si passa qualche minuto a cercare con la pila le zanzare posate sulla tela, e buonanotte.

Domenica 16 agosto.
Al mattino una rapida colazione con tè, si riparte e dopo aver disceso per breve tratto l'Ucayalli risaliamo un affluente laterale destro, l'Aguaitia, largo 10-20 metri la corrente è abbastanza forte, l'acqua ha il solito color caffelatte.
Dopo mezz'ora ci fermiamo e con Agustin prendiamo un sentiero che si inoltra nella foresta, Carlos rimane di guardia alla barca e alla roba.
Per me è una grande emozione, per la prima volta percorro un sentiero in questa fantastica foresta.

Seguo Agustin che porta in spalla il calibro dodici e studio il suo passo agile e silenzioso. Per fare il passo alza molto il piede prima di portarlo in avanti e lo riabbassa quasi in verticale mentre noi alziamo poco i piedi facendo più rumore ed incespicando di più. Passiamo vicino ad enormi alberi da cui pendono numerose liane alcune grosse solo come matite e lunghe decine di metri. Ad un certo punto si leva un clamore dai rami alti, numerose scimmie grosse come gatti sciamano di ramo in ramo gridando come matte. Agustin mi passa il fucile e sparo, anche se poco convinto, ad una di esse altissima ed in movimento. Il boato dello sparo riecheggia nella foresta mentre con grandi urla e salti vertiginosi tutto il branco si dilegua, non cade nulla e in fondo sono contento così, spero solo di non averla ferita inutilmente.
Proseguiamo lungo il sentiero e mi sento la ramanzina delle ragazze che disapprovano la caccia, specie dopo i pasti.

Dopo un po' arriviamo ad uno slargo, una grossa capanna sulla sinistra è la scuola, più avanti altre cinque o sei capanne formano un piccolo villaggio, deserto. Proseguiamo ancora fermandoci poi presso una capanna dove una donna sta con cinque bambini piccoli su un'amaca. Agustin le parla nella loro lingua poi ci spiega che lei è separata dal marito che abita una capanna poco più in là. Ci viene detto che in una stanza, l'unica stanza chiusa in queste capanne che non hanno pareti, c'è qualcuno con la malaria, intanto le zanzare sono veramente feroci.

Torniamo indietro fino alla barca dove Carlos ci aspetta, risaliamo ancora l'Aguaitia poi ci fermiamo ad una spiaggia per bagnarci anche se siamo spossati dal caldo e l'acqua ci pare più calda ancora. Mentre facciamo il bagno Carlos con la rete cattura una grossa razza di almeno 50 cm di diametro, con tanto di aculeo velenoso sulla schiena. La rete, la "tarrafa", in italiano si chiama “giacchio”, una rete rotonda trattenuta al centro da una lunga corda con dei piombi appesi a tutta la circonferenza, la si appoggia tutta sul braccio poi lanciandola con una rotazione del busto si apre ricadendo sull'acqua a campana e sprofonda per via dei piombi, poi tirando la corda trattiene e riporta a riva tutti i pesci rimasti intrappolati sotto.
Risaliamo in barca, per via della razza e del suo aculeo ci era passata la voglia di prolungare il bagno, torniamo un po' a valle poi saliamo sulla sponda che qui è verticale alta una decina di metri, per salire c'è una scaletta intagliata nella terra, e andiamo a visitare e a chiedere ospitalità per il fuoco in una capanna abitata da 2 o 3 ragazzi e da due bambine bellissime, una ha i capelli biondastri ed i tratti meticci. Qui oltre la frontiera della "civiltà", vivono molti tedeschi forse scappati dopo l'ultima guerra. Cuciniamo patatine fritte e la razza pescata prima, ottima, senza sfamarci granché. Poi una delle bimbe ci accompagna ad una laguna a dieci minuti di cammino, per pescare.

Bellissimo durante il percorso l'attraversamento alcuni tratti di palude, è quasi buio sotto le piante, usiamo delle piccole canoe che sembrano fatte per bambini lasciate lì apposta per chi attraversa, la pagaia è fatta in un pezzo unico con la larga pala a foglia. Ci si sta in due al massimo, inginocchiati. Tengo gli occhi ben aperti perché non è difficile qui immaginare la vicinanza di un caimano o di un qualche serpente, siamo a pelo d'acqua e pure in mezzo alla vegetazione, e quasi al buio. E' comicamente difficile guidare diritte le piccole canoe nella poca acqua, più volte finiamo incastrati nella vegetazione mentre la nostra piccola guida molto più abile di noi, se la ride di gusto.
Giunti alla meravigliosa laguna troviamo una canoa abbastanza grande da accoglierci tutti e sei, ma c’è da stare ben attenti perché l'acqua è a cinque centimetri dal bordo. Ci portiamo in mezzo alla laguna, Agustin in piedi sulla prua della canoa con miracoli d'equilibrio lancia più volte la pesante tarrafa prendendo poco o nulla, sono fermamente convinto che prima o poi finiremo tutti in acqua. Io provo a pescare con la lenza tenuta in mano e pezzetti di pane come esca, ma i piranha mi tagliano metodicamente la lenza, non sento neanche strattoni e quando tiro su non c'è più l'amo. Ora capisco perché al mercato di Pucallpa vendevano ami con un lunghissimo gambo d'acciaio!

Con la rete prendiamo però alcuni piccoli pesci straordinari di foggia mai vista. Uno di essi, lungo una spanna e mezza, ha una grossa bocca con denti lunghi e fini come aghi e trasparenti, sembra appena emerso dalla preistoria, stupidamente non lo fotografo.
Verso il tramonto torniamo alla capanna (tra l'altro vi sono stese alcune pelli di anaconda) dove ci prestano l'arpione per cacciare i caimani. L’arpione è un bastone lungo quasi due metri di legno duro e pesante con il puntale di ferro con l’ardiglione, a questo puntale è legata una lunga sagola. Dopo averlo infisso nell'animale il bastone si stacca dall'arpione che rimane ancorato alle carni e occorre trattenere la preda mediante la sagola.
Saliti in barca risaliamo ancora l'Aguaitia fino alla spiaggia dove avevamo pescato la razza. E' buio, puntando la pila a pelo d'acqua si vedono fosforescenti gli occhi di molti caimani che ci guardano a pochi metri di distanza.

Montiamo le zanzariere fissandole con bastoni infissi nella sabbia, abbiamo programmato la caccia ai caimani per la mezzanotte, bisogna restare svegli.
Mentre ci prepariamo per la notte arrivano a piedi nel buio due ragazzi e si fermano a parlare con Carlos e Agustin. Dico ragazzi per via dell’età, ma qui lungo il fiume anche i ragazzi parlano seri e il comportamento è quello di un adulto. Diamo loro qualche sigaretta per la notte, ci dicono infatti che andranno a fare la guardia a dei campi coltivati perché c’è chi ruba, ci lasciano capire di essere armati.
Poi se ne vanno, fa un po’ impressione il fatto che dopo dieci passi la notte li ha inghiottiti e il gorgoglio dell’acqua vicina copre ogni altro rumore, chi mi capisce.. bene.

Poco dopo gli altri vanno a dormire ma io per non rischiare di addormentarmi mi metto a pescare nel buio lanciando la lenza a mano dalla spiaggia, non prendo quasi nulla, solo alcuni pesciolini pungenti e "parlanti" infatti emettono dei continui brontolii con le bolle d'aria dalla bocca, stupefacente! A volte si sentono strattoni violenti e sempre si strappa la lenza, è sconsolante, ci dev’essere una moltitudine di mostri in quest’acqua!
Poi sveglio gli altri e mentre le ragazze continuano a dormire noi in barca risaliamo l'Aguaitia per circa venti minuti, poi approdiamo. Aspettiamo che l'ambiente si calmi. Quando gli uccelli notturni ricominciano a cantare riprendiamo la corrente tenendoci accosto alla riva a motore spento ma pronti a riaccenderlo perché la riva è discontinua e la corrente un po' troppo forte. Esploriamo la riva con le pile, Agustin è sulla prua e Carlos a poppa vicino al motore, vediamo un caimano sulla sponda ma la corrente ci allontana, Carlos cerca di fermare la barca puntando una pertica e Agustin cerca di trattenerla aggrappandosi a degli arbusti che emergono dall'acqua, gli arbusti si strappano di colpo, la barca ha un forte sobbalzo e Agustin cade in acqua e con lui l'arpione che stava appoggiato sulla prua.
Abbiamo perso l'arpione. Carlos rapidamente accende il motore evitando per poco che la barca vada a sbattere con violenza contro un gruppo di alberi che emergono dall'acqua. Torniamo sul punto dove è caduto l’arpione e Agustin prova una volta sola ad immergersi e cercare l’arpione nell’acqua buia, ma invano.
La nostra caccia ai caimani finisce qui, senza arpione non c'è nulla da fare. Agustin bagnato e arrabbiato dice "¡ Mira como se calienta el alemano ....quando gli diremo che abbiamo perso il suo arpione!". Imprecando alla sfortuna ritorniamo alla spiaggia con le zanzariere che risaltano bianche sotto la luce lunare, le ragazze dormono beate.

Lunedì 17 agosto.
Il sole del mattino ci scalda e asciuga dopo la notte umida e fredda nelle ultime ore. La luce del primo sole illumina i jeans di Agustin appesi alla tettoia della barca ad asciugare dopo il bagno notturno.
Qui intorno ci deve essere un piccolo villaggio con una scuola, una lunga canoa carica di bambini attraversa in diagonale l’Aguaitia.
Intanto c’è un suono che si ripete, forte e inquietante e proviene da un alto albero più giù e di là dal fiume.
Credo sia il “pàjaro campana”, sembra impossibile che un suono così metallico, drammatico, provenga dalla gola di un uccello.
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